Ramon Reboiras intervista per Esquire Viggo Mortensen – traduzione mia

Tra pochi giorni uscirà qui in Spagna Todos tenemos un plan, il nuovo film -argentino- di Viggo Mortensen, com’èra da aspettarsi le riviste specializzate (e non) dedicano, quale più quale meno, uno spazio al film e al protagonista.
Non tutto il pubblicato è ben scritto, godibile o non scontato… tutt’altro, ma com’è logico vi sono sempre piacevoli soprese.

Come ad esempio l’ampia, e slendidamente scritta, intervista uscita su Esquire Spagna di settembre; mi è piaciuta talmente che, anche per accontentare alcuni amici che lo spagnolo lo masticano poco e pur sapendo che ogni traduzione è un tradimento, ho deciso di tradurla e proporvela.
Con i miei complimenti all’articolista -Ramon Reboiras- che più che riempire gli spazi tra le domande sembra quasi scrivere un racconto che non può non “prendere”.

L’intervista è piuttosto lunga (ma vale la pena) per questo continua sotto il cut.

Rio Mortensen
di Ramon Reboiras.
Viggo entra in camerino e non si sa bene se si è da uno psichiatra o si è li per parlare con un attore famoso del suo ultimo film (Todos tenemos un plan, uscita il 14 di settembre). Non sai se stai svolgendo un semplice incarico giornalistico o un regolamento di conti rimasto incompiuto in un recenté film. Forse Freud o un mafioso dell’Est o perfino Aragorn. Tutti i volti sono questo volto. A tutti ci appare Viggo Mortensen nella vita. A tutti ci appare un fantasma col viso di Mortensen. Ma quando gli occhi chiari e questi Capelli color cenere si avvicinano a due palmi, entriamo anche nella Comunità dell’Anello e seguiamo la cenerea strada della fine del mondo, sebbene Mortensen accarezzi la medaglia del San Lorenzo de Almagro, la comunità amata, come fosse la Virgen del Carmen e tutto sembra indicare che siamo salvi. Entra Mortensen tossendo nel camerino (come un vecchio cow-boy) e auscultiamo la tosse e il fango, presentiamo la clinica, le vie respiratorie di questo fiume di acque turbolente che già non ci abbandonerà per tutta la navigazione. Il fiume. Il fiume Paraná. Il turbolento fiume Mortensen.

Esquire: Per tutto il film lei tossisce come un personaggio russo dei tempi della tubercolosi. Quando mi chiedono del suo ultimo film viene anche a me voglia di tossire…

Viggo Mortensen: Abbiamo girato in inverno con una umidità molto forte in questa parte del fiume e di notte la temperatura scendeva ai cinque sotto zero. Per giunta il personaggio ha un cancro ai polmoni in stato avanzato. Ha il cancro, fuma e sputa sangue.

ESQ: Ho in testa certe domande se mi permette. Domande che sono come il corso del fiume…

VM: Quello che vuole, ma se non ho risposte… – Concede.

ESQ: Una volta mi hanno raccontato una barzelletta: “Sai qual’è il fiume più inutile del mondo?” Quando ho detto che non mi ero mai interrogsto sull’inutilità di un fiume la risposta è stata: “Il Paraná, il Para-Ná…”.

Mortensen corruga un poco l’arco delle guance, un sorriso teso agli angoli come farebbe un pistolero nel saloon di un western. Forse la barzelletta non gli è piaciuta, o non l’ha capita, ma nemmeno gliela spiego perchè quest’uomo è capace di strangolarmi coi suoi occhi freddi come Nikolai in Estern Promises.

ESQ: Era solo una barzelletta nichilista per qualcuno che tossisce come in una storia di Dostoievski. – Dico per uscire per la tangente.

Mortensen fa una faccia da pocker. Sta zitto. Le luce degli occhi fredda come un’alba invernale nel Tigre. Il fango fino ai polpacci. L’acqua sporca el delta. Lo scenario è come un commisariato. The Man percorre con lo sguardo la stanza. Siamo soli, chiusi in una stanza. Alla fine della strada.

ESQ: E’ dura le gente del fiume, vero? Questa gente che sbudella i pesci con la mano e fa un falò tra gli arbusti. Questa gente che sputa il pallino dell’anatra appena arrostita sulla graticola.

VM: Il delta del Tigre, questo Paraná che hai nominato nella barzelletta che non riesco a capire (meno male che c’è ironia nella sua voce), bene  in quel punto in concreto l’attraversano molti fiumi, molti torrenti, c’è molta confusione, puoi perderti con troppa facilità tra i meandri, è una zona molto alberata che ha una lunga tradizione letteraria e folcloristica.

SUDESTE

I riferimenti di Mortensen sono un canale abbondante di letture e luoghi, di momenti e ancora letture che il nostro personaggio mastica come un uomo solitario seduto nel portico. Un uomo taciturno, facendosi una sigaretta. Continua.

VM: Criminali e fuoriusciti, gente che viveva al margine della legge e si era rifuggiata in quelle terre o gente perseguitata per motivi politici prima e durante la dittature militare. Non sempre gente cattiva. Dove il fiume si fa più largo ci sono anche ville decadenti dell’inizio del ventesimo secolo…

Mi sono promesso di non parlare di autori con l’editore della Perceval Press, suo rifugio letterario a Santa Monica, California, ma commetto la prima goffaggine e cito Adolfo Bios Casares, che in qualche suo racconto parla del Tigre… Mortensen si mette in sintonia.

VM: Harold Conti, non so se lo conosci, si rifuggiò in quella zona, ma alla fine lo presero…

ESQ: Sudeste! – Cito il titolo come se avessi raggiunto la riva. Mi sento in salvo.

VM: Si, Sudeste un racconto geniale… Sarmiento è stato da quelle parti. E anche La ribera di Enrique Wernicke. Sono libri che parlano molto di quella zona, che hanno nche molto a che fare col film.

Chiaro. Il film. Anche se non sembra stiamo parlando di cinema. Nella fattispecie di Todos tenemos un plan, il film che Mortensen interpreta agli ordini della debuttante Ana Piterbarg e suppone la pena immersione nelle acque torbide della sua infanzia, nella lingua della sua infanzia, negli attributi di quel tempo che sembra accarezzare come un simbolo ogni volta che tocca la medglia della sua squadra di football, San Lorenzo de Almagro.

Argentina, il dulce de leche, la bombilla del mate, le fattorie… Mortensen annuisce senza sentirsi comodo con i topici. Non si sente mai comodo con niente. Sopra tutto con la definizione far nulla. Tuttavia questa è la quarta volta che Viggo gira e ama e legge in spagnolo senza ostacoli – prima sono stati Gimlet, La pistola de mi hermano e Alatriste- e da l’impressione di essere l’unica in cui si sente del tutto comodo in questo prodigioso sdoppiamento così suo in cui da vita ai fratelli Pedro e Agustin. Due persone. Una stessa persona. Puro Mortensen.

VM: Leggo un frammento di Sudeste che ho appuntato nel quaderno delle riprese… – Viggo toglie dallo zaino una moleskine grande che è come il quaderno di un naturalista, un diario di bordo in cui annota i suoi pensieri e tutto quello che gli passa per la testa con una calligrafia grande e ingarbugliata come le sartie di una goletta. Si prende il suo tempo. Declama: “Adesso era dove apparentemente aveva desiderato per molto tempo… “. Le parole di Conti riempiono il camerino con un’eco di sollievo. Ancora la tosse. La mia e la sua.

ESQ: Essere un altro è più complicato di quanto sembri… –Dico come se cambiassimo il posto dell’arrosto sulla griglia.

VM: Si, ti guardano cercando un segnale dell’altro. Qualcuno simile che non trovano, perfino i cani lo fiutano… Ma ci sono volte in cui attraverso questa grande bugia di farsi passare per un alto arriviamo alla verità.

Mortensen mi osserva come un alchimista il suo discepolo dopo aver trovato la pietra filosofale. E continua parlando con vera ossessione dell’Altro, del Fratello, dell’amico invisibile, di colui che forse già siamo pur senza accorgercene.

VM: Agustin arriva più alla vera essenza di suo fratello (Pedro) meglio ora che è morto che prima quando era vivo. Impersonandolo agli occhi di tutti è più vicino a suo fratello, ma anche più vicino a se stesso. Finalmente apre gli occhi e accetta quello che è e dov’è e quel fiume della sua infanzia. Quel fiume, quell’infanzia che aveva lasciato indietro. Ê bello questo. Tutto è molto bello. – Gli brillano gli occhi-. O almeno a me sembra… –Concorda con la umiltà del contadino. Cavalli. Polli. Contadini.

TODOS PARECEN FRACASADOS

 

ESQ: Ho sempre voluto domandare ad Aragorn se è la medesima avventura del cavaliere errante (quella dell’epica) che quella della psicoanalisi, quella di Sigmund Freud (quella della psiche). Ho l’impressione che debba averci meditato molto.

VM: Beh non lo so bene, davvero… Questo film, per esempio, è cinema noir, ma a molte persone puoi chiedere cos’è il cinema noir e non sanno dirtelo o hanno mille risposte diverse. Per me è una storia in cui tutti i personaggi, compresi quelli che sembrano innocenti, tutti sembrano dei falliti: tutti hanno rimpianti e rimorsi, tutti si sbagliano e tutti sono insicuri.

ESQ: Lei sembra trovarsi comodo coi perdenti.

VM: Ho sempre cercato di dare più di una sfaccettatura a tutti i personaggi che ho fatto perchè la gente è complicata: ogni persona per semlice che sembri ha il suo lato strano, tutti ce l’hanno. Nel cinema noir questo lato risalta in modo particolare e per questo mi piace il genere. Non ci sono domande che non puoi farti qundo prepari un personaggio…

ESQ: E come risolve l’enigma?

VM: Faccio sempre la stessa cosa, che sia un personaggio storico come Freud  o, come Alatriste, un cumulo di finzioni. Non mi importa, mi chiedo sempre la stessa cosa: che gli è successo prima della prima pagina del copione? Ê una domanda semplice, ma puoi passare anni cercando di rispondervi. Che è successo, per esempio, a questi due fratelli a partire dalla culla  fino alla prima pagina del copione?

Il camerino si muta in analisi per un momento. Le domande non si fermano a questo ufficio di tenebre. Danno corpo e respiro a qualcuno invitato o che è esistito solo nei libri.

VM: Questo ti apre al mondo, queste domande. Poi inizi a girare, a lavorare e tutto l’apparato concettuale e psicologico che hai montato non è già più una materia con cui puoi recitare, già non ti serve più. Quando recito pertanto non ci penso più, per nulla, forse perchè l’ho già esaminato mille volte, perchè ci ho pensato sotto tutti gli aspetti.

ESQ: Ha fama di mettersi nel fango del personaggio fino a punti inauditi.

VM: Il cinema è un lavoro di squadra e ci sono attori a cui non disterba dire che il film è una merda, ma io sono stato molto bene. Se non funziona il film non c’è niente. Ê come dire che sono il goleador più grande, ma la mia squadra non è arrivata alla finale.

ESQ: Un’abitudine molto spagnola fino a poco tempo fa…

UNA CORRIENTE MUY FUERTE

Uomo di squadra il cavalier Mortensen: di San Loreno de Almagro, della Nuova Zelanda e Peter Jackson, una famiglia, quella dell’Anello, del circolo freudiano o della mafia dell’Est, dell’intenso Cronenberg o adesso della confluenza tra il Paraná, il fango del Paraná,e l’infinito.

ESQ: Girare in Argentina e in argentino è un ritorno all’infanzia?

VM: Quando ho letto il copione, mi è subito sembrato che fosse una sfida poterlo girare, e quello che mi ha attirato sono state le contraddizioni, le dualità, non solo i fratelli, ma mi hanno anche attratto poderosamente i pesaggi, i luoghi: il fiume, la città… – Il discors,o lento e seduttore,  naviga e corregge la posizione, sio ferma nel mezzo del canale e riprende la marcia (come il Paraná)-. La menzogna porta Agustin alla verità e la vicinanza della morte, la possibilità della morte, lo avvicina di più alla vita.

ESQ: LA infanzia può anche lei essere un territorio molto crudele, una lotta per la sopravivenza. Tutti riconosciamo il prepotente della squola in qualche momento delle nostre vite.

VM: L’infanzia è crudele, un territorio di paura e allo stesso tempo di supereroi. Ma in questa storia, quando il fratello vigliacco si integra nella personalità dell’altro, quando si sente tranquillo, non ha più paura perchè capisce che la sua aggressivitá viene da una insicurezza. Da bambino non pensi che il maltrattatore è aggressivo perchè è insicuro, ma l’aggressività viene sempre dalla paura, dai pregiudizi, dall’ignoranza, dal razismo, dalla paura dell’ignoto… Ma all’improvviso cresciamo e il padre che ti piacchiava, l’allenatore di football, il bambinoprepotente… non ti fanno più paura. Forse è pericoloso, ma anche questa persona si ammalerà e morirà un giorno, già non è più nessun supereroe. Tutte queste persone che popolano l’infanzia, anche se le odi, allo stesso tempo ti attirano, perchè c’è una ragione, sono come piccoli torrenti che si uniscono e si uniscono fino a formare un fiume più largo. E questo fiume alla fine ha una corrente molto più forte e ci porta tutti allo stesso modo.

Mortensen non è un filosofo, però quando quegli occhi freddi versano sull’intervistatore tali osservazioni sull’infanzia, quando quelle mani poderose cercano una descrizione nell’aria, quando il sorriso illumina quei denti separati  da animale seduttore, sembra di star vivendo una rappresentazione dal vivo di di Shakespeare. Anche se quello che ci tiene occupati è un fiume argentino e fa caldo nella Madrid dei primi digiugno.

ESQ: Nel film lei uccide suo fratello…

VM: Lo faccio, lo fa, per amore. Gli anni passano e odiavi quel tipo perchè ti piacchiava e ora non ti fa più paura, ma nemmeno hai bisogno di vendicarti. Ci sono dei versi di Anna Ajmatova molto eloqunti in proposito: “La giustizia che trionfa dopo tanti anni non è la giustizia cui aspirava il tuo cuore prima e nemmeno il tuo cuore è più lo stesso”: -Immagino il Nikolai di Estern Promises citando Anna Ajmatova. Niente nutre di più il cavaliere Mortensen che i libri. –In camerino, mentre girava, aveva annotato una frase di un tipo piuttosto strano, Elias Piterbarg (il padre della regista), ucraino che, a un certo punto, scrisse un libro di aforismi: “Ê impossibile non mentire, impossibile annullare tutte le nostre debolezze, è solo necessario, con uno sforzo doloroso, sapere che si è mentito”. Anche Bios Casares aveva la sua : “Per essere in pace con se stessi bisogna dire la verità; per essere in pace col prossimo bisogna mentire”.

Le citazioni di Viggo sono quelle di un vecchio capitano di goletta solitario e taciturno che, come il Lupo Larsen di Jack London, pronuncia con la convinzione che siano parte  della sua barca, del vento e dell’alberatura e non quella pendanteria propria di sconosciuti che dicono qualcosa che non gli è familiare ne gli appartiene. “Bisogna mentire”, l’eco risuona nel camerino come una risata  diabolica. “Bisogna mentire”…

La menzogna, la giustizia, l’infanzia, la crudeltà o la famiglia sono fiumi che Viggo naviga con la coscienza del fango e della gloria, senza paura di incagliarsi nei meandri, ne di cadere nel delirio. Il capitano Mortensen si va aprendo il passo a forza di domande, come ne il Cuore di tenebra di Conrad, in questo Paraná della mattina madrilena che ha smesso di essere finzione per convertirsi in materia incandescente, in memoria che non muore.

VM: Ogni persona nasconde qualcosa, tutti nascondiamo qualcosa. –Viggo intraprende un nuovo monologo.

ESQ: Qualcosa di nostro che non diciamo neanche al nostro miglior amico…

VM: Va bene per la nostra salude mentale. Qualcosa che è tuo e di nessun altro…-Finalmente arriva in porto. –Il tuo comportamente sembra ribellarsi quando cerchi di rivelare qualcosa.

Questa ricerca non ri ci ricrda Marlow cercando Kurtz lungo il fiume Congo? Non ci trovate l’eco di un attore che confonde la sua barca con quella in cui navigano i suoi personaggi? Pazzia eccessiva o eccessiva lucidità? Normalmente gli attori non sono molto propensi alla filosofia, non sono soliti portare nella loro borsa il diario di bordo, ma questo vichingo nato a New York e cresciuto a Buenos Aires sembra contraddire qualsiasi dubbio intellettuale, non circa la sua formazione (non ce ne sono) quanto i propri misteri del cinema.

ESQ: Ad un certo punto del film la protagonista femminile afferma: “Nell’alveare, quando la regina non funziona bisogna cambiarla”.

VM: (Sorride) Noi come ci regoliamo? Non è così semplice cambiare la regina. Bisogna continuare a lavorare con quello che si ha, non possiamo cambiare testa. La vida delle api è una grande metafora. Si un grande esempio l’alveare…

LA VIDA ES UN CAOS

ESQ: Essere come lei di tanti posti, di tante lingue differenti, è realmente un vantaggio?

VM: Come attore può darsi, ma credo che anche la  gente che vive sempre nel medesimo luogo, in un qualche momento della vita viene assalita da questa stranezza che li spinge a domandarsi sull’uomo della strada, sul commesso dei grandi magazzini che ha visto mille volte e lo confonde con un extraterrestre. Succede a tutti, la mente e il corpo evoluzionano in continuazione, ma noi per sanità mentale preferiamo pensare che è tutto sotto controllo. Se vedessimo ralmente il mondo com’è se lo vedessimo con il movimento dei nostri occhi senza mandare informazioni al cervello, diventeremmo pazzi, perchè la vita e la percezione che ne abbiamo è un caos assoluto… –Mortensen inizia una lunga disquisizione neurologica. -Le persone che non possono stabilizzare queste immagini sono forse i pazzi che vanno gridando per strada e vedono le cose come sono in realtà. Se vedessimo realmente quello che succede, se sapessimo quello che in realtà pensano di noi diventeremmo completamente pazzi.

ESQ:  Siamo di nuovo alla frontiera: delle droghe, della ragione, dei mostri…

VM: Non credo sia necessario prendere droghe, ma anche loro fanno parte del viaggio. A volte ti accorgi di qualcosa prima che non avevi visto allo stesso modo, ti senti diverso, è come quando viaggi; una lingua straniera non smette mai di essere una lingua straniera. Devi lavorare con altro accento e questo, per forza,  ti fa vedere le cose da un altro punto di vista. Fare cinema, essere attore è un privilegio che ti mantiene giovane mentalmente. Molte volte è divertente guardare il mondo da un punto di vista differente o radicalmente oppoto al tuo.

ESQ: L’attore è qualcuno che non cresce. Un’altra volta l’infanzia…

VM: Se ci pensi bene al mondo non c’è nessun bambino di quattro o cinque anni che dica: “Non è così”.  Devi credere alle sue fantasie, non puoi negargli questo diritto. Non c’è al mondo  nessun bambino, in nessuna situazione che non immagini essere un altro, che sia un vichingo, che sia una principessa, che sia Iniesta… E ci credi. Noi attori quando interpretiamo bene la nostra parte facciamo lo stesso. –Lo dice uno nato a New York da genitori scandinavi (solo il padre ndt) nel 1958. –Lavorare con la fantasia è, in un certo modo, un’attività infantile. Tuttavia, molte volte si dice “è un comportamento infantile” in modo peggiorativo. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase? Credo sia qualcosa che non deve essere negativo. Comportamento infantile? Si, grazie. Mi interessa davvero arrivare a questo estremo. Forse a altri attori no.

ESQ: Contro la paura di perdersi ci sono i simboli, come quella medaglia che porta al collo ed è del San Lorenzo de Almagro, la sua squadra di football. Una tavola a cui afferrarsi nel mezzo di un naufragio, immagino.

VM: Suppongo che risulti un po contradittorio e certamente infantile. La mia lealtà incondizionata al San Lorenzo va contro la mia percezione delle bandiere e dei passaporti, per belli che siano. L’amore incondizionato è a volte irrazionale e dannino, ma al San Lorenzo perdono sempre, come ai miei fratelli o a mia mdre.

La bandiera del San Lorenzo è sempre in qualche posto ben visibile nel camerino di Viggo. Quando ha girato il film, per rispetto, è arrivato ad avere una superficie di più di venti metri con le bandiere di tutti i club di serie A e B argentini, ai quali, nell’ultima parte delle riprese – ad Alicante – si sono aggiunte squadre locali cone l’Hercules, il Murcia, il Valencia o il Villareal. Così sembra in parte la vita la vita del capitan Mortensen. Molte bandiere però solo una che fiammeggia nel cuore. Integrità e rispetto. Mortensen promette non unire il Boca con il River, il Real Madrid con il Barça…

HENNING JENSEN

ESQ: Dopo tanto navigare com’è atterrato a Madrid?

VM: La prima volta che sono stato a Madrid è stato per una partita di calcio a fine anni settanta. Nel Real Madrid giocava un tipo forte, danese, che si chiamava Henning Jensen. Poi venni a lavorare già come attore a metà degli anni 90. Vale a dire che conosco Madrid da molto tempo. Un città in cui mi sono sempre trovato bene, comodo, ci sono sempre molte cose da vedere e la lingua non è un ostacolo. Mi piace molto anche Barcellona… Ad ogni modo non preferisco nessuna città: non dico preferisco New York, dove sono nato, o Copenaghen dove ho vissuto anni importanti. Conosco molte città d’Europa o degli Stati Uniti e anche della Nuova Zelanda… vengo un poco da tutte loro, anche da Los Angeles o dalle strade degli USA dove a volte mi piace perdermi.

ESQ: Però tutto allude a un temperamento molto vichingo, navigante, veemente…

VM: Ho famiglia danese, questo è chiaro. Per giunta man mano che compiamo gli anni ci rendiamo conto che assomigliamo di più ai nostri genitori. Ci sono situazioni, parole, frasi… che sono li e che sono identiche a quelle dei nostri genitori. Credo di avere una relazione più appasionata del normale con la vita di quella di una persona del Nord Europa. Sicuramente questo modo di essere, questo carattere, lo debbo all’Argentina. I miei amici inglesi, quando li porto per le taverne di Madrid, posti abbastanza normali,  mi chiedono sempre perchè tutti sono arrabbiati, perchè parlano urlando e tirano piatti sulla tavola servendoti. Rispondo sempre: “Sono vivi. Vivi, niente altro”. Ê un modo di essere con cui sto comodo. In Danimarca questi gridi sarebbero di pazzi o ubriachi. Ê inimmaginabile che qualcuno racconti una barzelletta tirando i piatti o dando grida. Ma poi qui la gente ride e si abbraccia e piange. A me sembra normale, ma forse per l’altra metà del mondo non è normale, li guardano come malati. Anche se succede anche in Spagna, mi è successo di entrare in qualche taverna di paese dalle parti di León che sembra uscita da unwestern…

ESQ: Come tiene a bada la fama?

VM: È questione di non sentirsi arrivati. Per esempio, sono orgoglioso di aver lavorato con Ana in un film che non sembra un’opera prima, ma che è il debutto di una sconosciuta.

ESQ: Ana, che non è ne Peter Jackson ne David Cronenberg…

VM: I rapporti con ogni regista sono un po diversi. Con gli Anelli , per esempio, siamo stati davvero una famiglia. Ci sono registi a cui va  bene quando fai una domanda, un suggerimento, e altri che lo vedono, sebbene a livello inconscio, come una minaccia. Ci sono registi che sembrano pensare “non voglio che mi vedano nudo”. Cronenberg e Ana però sono molto intelligenti e sanno quello che vogliono raggiungere con il racconto e gradiscono ogni suggerimento dell’equipe o di qualcuno che passa per la strada.

POSDATA

Un incontro con Viggo è sedersi in un portico, prendere un mate e guardar passare il tempo in modo che ogni momento nascono sguardi, riflessioni, richieste  nuove.  Può volerci un’intera stagione. Veder passare molti cieli.

All’uscita aspettano fans, alcuni autografi, un saluto per una televisione… E Mortensen è già altro da quello del camerino. Nel suo zaino porta alcuni diari di bordo per sapere como restare a galla e una medaglia del San Lorenzo per conservare la fede in questo mondo di pazi.

Gli ho dato un libro che spero non compaia tra il 99% dei cattivi copioni che afferma ricevere – anche se non sarebbe una cattiva fine se lo tirasse al lato di una strada sperduta – e ha promesso di mandarmi i libri che pubblica in Perceval Press.

Promessa di cavaliere errante.

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2 commenti su “Ramon Reboiras intervista per Esquire Viggo Mortensen – traduzione mia

  1. Romi sei incredibile!!!!
    bella l’intervista, è Viggo e basta:) Mi veniva da sorridere ogni volta che il giornalista diceva che Viggo si lasciava andare ad un suo monologo.):)
    Mi è piaciuto molto quello che ha detto su lui e sul suo modo di sentirsi parte del mondo, un viaggiatore di tutti i paesi.
    Credo sia vero e anche difficile per un attore come lui restare con i piedi per terra, ma è stato fanatstico fino ad ora e questo è un motivo in più per amarlo ancora di più!

    grazie davvero per la traduzione Romi, sei stata gentilissima. :):)

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    • Sono contenta di non essere la sola a pensare che valesse la pena leggere quest’intervista, in quanto alla traduzione: ogni tanto (se la cosa lo merita) mi piace farlo e, come ho detto nella entry, mi serve per tenermi in esercizio.

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