Il gabbiano e l’Elfo

In un’alba dorata, stesa sull’erba tiepida, guardo un gabbiano alto nel cielo e sogno.
Ma il gabbiano chiama al mare e vola via veloce ed io non ho ali per seguirlo nel suo volo e resto ancorata alla terra, chiusa nel sogno impossibile di un domani in cui serenità e pace arriveranno portate da mani guaritrici.
Sempre più il sole illumina un cielo invaso da mille e mille immagini frammentate, in cui il domani si mischia all’oggi e l’oggi allo ieri in un cerchio infinito di suoni e di visioni lontane.
Vorrei avvicinarmi a quel sole, così luminoso e caldo, ma nessuno può stare troppo vicino al sole, non si può prenderlo al laccio o fermarlo nel suo cammino e mi accontento del suo calore riflesso che pure scalda, della sua luce lontana che pure illumina tutto intorno a se.
Ecco il gabbiano di nuovo.
E’ talmente alto ora, da essere ridotto ad un punto nel cielo, talmente lontano che le sue strida giungono solo come una pallida eco, flebile ed indistinta, del chiaro grido di poco fa, pure sento possente il suo richiamo.
“ Al mare – sembra dire – seguimi al mare ed io ti condurrò sulla via dritta fino a Valinor. Seguimi e ritroverai Elrond e la sua gente e li sarà la pace .”
Ma lontano è il mare e non ho legno per una barca con cui scendere il fiume, così non apro neppure gli occhi e mi tappo le orecchie nell’inutile tentativo di sfuggire a quel richiamo; penso…e ricordo l’elfico principe dai capelli d’oro e la sua partenza su quel grigio cuscio di noce ch’egli chiamò barca:
“ Vieni, c’è posto per una altro, non restare qui ad aspettare chi non verrà mai a te.”
E rivedo il suo viso mesto ed il triste sorriso e la mano protesa.
Sono rimasta allora e resto adesso.
Ma il gabbiano, di nuovo, torna, rapido ed insistente, nel pomeriggio che va scolorando nella sera; giunge dagli alberi stavolta e con se porta l’ombra confusa d’un ricordo.
E, avvolto in un mantello di nebbia, rivedo il volto stanco e la cara figura del ramingo. Arriva ad ampi passi ed un sorriso aleggia sul suo viso
“ Ancora qui? – chiede senza parole – Ancora qui in attesa?” -poi scuote il capo e le sue mani sono sul mio viso nel dolce gesto che conosco bene –“Segui il gabbiano – invita – seguilo al mare. Segui la via che segnerà per te quale che sia. Non restare: Vedi, la sera già si fa notte e il tempo vola. Seguilo e domani, un qualunque domani tra molti che saranno, sulle rive del mare finalmente raggiunto, il re approderà. Segui il gabbiano.”
E s’allontana rapido, come rapido è giunto, e nel buio si perde e non posso fermarlo, né la mia voce da forma alle parole che il cuore racchiude.
E’ notte ormai, tempo di sogni e di visioni. Ora si potrei andare, ora potrei, volendo, giungere al mare, ma non c’è nulla per me li. Non mi interessa Valinor e il re che giungerà non lo farà per me, sbaglia il ramingo nella sua visione e se pure fosse nel giusto sbaglierebbe.
Così resto. Solo mi avvolgo stretta nel mantello e serro al corpo le braccia, stringendo nella mente e nel cuore il ricordo delle sue mani e dei suoi occhi.
Non il re aspetto in questo prato divenuto indistinto, non è il re che il mio spirito chiama con disperata forza. Ma questo egli non lo ha mai saputo e mai dovrà saperlo finchè il mondo duri : solo così potrà durare il sogno e nel sogno, ogni notte all’imbrunire il gabbiano lo porterà a me e parleremo e le sue mani formerano il cerchio caldo e sicuro in cui rifugiarmi, sia pure per un attimo, sia pure solo nella mente, e riposarmi dai molti affanni del giorno.
E così resto, elfo sperduto e solitario, in questo prato verde ove ancora risuona l’eco del suo ricordo e gli alberi intorno formano una cortina che per sempre mi cela al mondo.
Solo il gabbiano, nel suo rapido volo, porta ogni notte al mio cuore ferito il sollievo di un amore che mai vide la luce, ma la cui beltà è luce al mio vagare e, racchiuso fra gli alberi, il mio cuore vive alla calda fiamma che le mani guaritrici del ricordo accendono per me.
Domani, nuovamente, il passo agile e la voce gentile, tornerà il ramingo.
Domani…e poi ancora domani…e tutti i domani che verranno e vivrò così lieta e appagata finché durino i giorni o finché Manwe pietoso non lo porti a me : non più ombra, ma carne, non più suono, ma solida realtà.
Questo io aspetto e resto immota nel prato scrutando gli alberi finché da essi non esca, carne e sangue tangibili, il ramingo che amo.

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